Spiragli.

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Prima di tutto, una piccola riflessione. Non so se durerà un giorno, una settimana o il tempo di un respiro, so solo che, dopo tanto tempo passato a fissare una porta chiusa, mi sono accorta che qualcosa è cambiato.
Ci sono periodi in cui sembra che il mondo intero trattenga il respiro insieme a noi. Giorni fatti di domande senza risposta, di parole rimaste a metà e di silenzi che diventano sempre più difficili da attraversare.
Per un po’ ho pensato che l’unico modo per stare meglio fosse smettere di guardare quella porta, convincermi che fosse chiusa, accettarlo e andare avanti.
Ci ho provato, davvero.
Ho provato a riempire le giornate di cose da fare, a tenere le mani occupate e la testa altrove fino quasi a non poter respirare nemmeno un minuto. Ho provato a smettere di cercare significati ovunque.
Eppure c’era sempre qualcosa… un pensiero che tornava, un ricordo, una coincidenza… Quelle piccole cose che sembrano sussurrare: “Aspetta un momento guarda che siamo qui.”
Poi il tempo ha continuato a fare il suo mestiere. Lentamente, senza fretta, senza spiegazioni… io ho smesso di bussare.
Non perché non mi importasse più, anzi!
Però a volte voler bene a qualcuno significa anche lasciargli il tempo di trovare da solo la strada verso la porta.
“Come si può impedire ad una goccia d’acqua di asciugarsi? Gettandola nel mare.”
Così sono rimasta lì, ad aspettare, credo, si,  ma in un modo diverso.
Con meno rumore dentro, con meno lotta, con meno urgenza di ottenere subito una risposta. Lasciando spazio.
E poi, quando ormai stavo imparando a convivere con quel silenzio, qualcosa si è mosso.
Abbastanza da cambiare tutto? No. Non abbastanza da cancellare del tutto il dolore dagli occhi.
Solo abbastanza da ricordarmi che tra il tutto e il niente esistono infinite sfumature.
Uno spiraglio… Piccolo, fragile, forse persino facile da fraintendere… Ma c’è ed è così prezioso da commuovere.
E la cosa più strana è che non ha cambiato la porta, ha cambiato il mio modo di guardarla.
Per settimane l’ho osservata con il cuore pesante, cercando di capire se dietro ci fosse ancora qualcuno o soltanto un’assenza. Ora non è che io lo sappia comunque.
Le domande sono ancora lì, le paure anche… Eppure qualcosa si è aperto.
Forse lo sguardo… sì, di certo è lo sguardo.
I suoi occhi li ho riconosciuti anche da lontano. Subito. Tra la gente, tra il rumore, anche quando cercavo di far finta di niente per rispettare quello spazio.
E la cosa straordinaria di quegli occhi non è solo come ti guardano, è quello che ti spostano dentro mentre lo fanno. Perché giuro che, in pochi minuti, li ho sentiti arrivare fino in fondo al petto e leggere tutto in un istante. Prima ancora di vederli ho sentito che c’erano.
Per tanto tempo i miei occhi invece sono stati… non lo so… più stretti, forse, come se dovessero stare pronti, sempre un po’ pronti a perdere qualcosa, anche quando non stava ancora succedendo.
Poi è cambiato qualcosa, quasi senza accorgermene.
Come quando piove ancora ma il cielo, da qualche parte, ha già deciso di aprirsi. Le domande sono ancora lì, le paure anche, non se ne sono andate e chissà se lo faranno mai del tutto, però non le tengo più così forte tra le mani che tremano.
E ieri, quando i nostri sguardi si sono incrociati davvero — pochi secondi, forse meno, forse di più, non lo so — mi sono accorta che non era più quel modo di guardare di prima.
Non era più solo controllo, non era più solo difesa. Era prudente, sì, un po’ timido anche, ma con un po’ di luce di nuovo dentro…
E questa cosa… non so neanche come spiegarla bene.
Non è una risposta, non è una certezza…
È solo che, per un attimo, incrociando di nuovo i nostri sguardi, i miei occhi non stavano solo aspettando il peggio,  stavano anche… guardando il mare… In superficie calmo e così caotico sotto il pelo dell’acqua… Così pieno di vita… così pieno di anima… Così pieno di te. Spiragli, si, ma è dagli spiragli che passa la luce.

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