Nei cassetti del tempo

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Oggi, dopo anni, ho riaperto i cassetti della cucina di nonna.
Non cercavo nulla.
Eppure ogni cosa mi ha trovata.

Una medaglia, vecchia quanto la storia, appartenuta al papà di nonno.
Un ago per i prosciutti, lucido d’orgoglio e di racconti,
quelli che nonno ci faceva con gli occhi che brillavano più della voce.
Monete venute da chissà dove, silenziose e misteriose, ma piene zeppe di storia.
Un aculeo d’istrice, usato da nonna da bambina come se anche le spine,
se prese bene, potessero diventare strumenti di cura.

E poi, un foglio.
Minuscolo. Fragile.
La sua scrittura.
Una bustina con sopra il nome di nonno, il suo,
e un piccolo “grazie” da consegnare al medico.
Era per noi, per portarla in ambulatorio,
ma oggi sembrava solo per me: un dono lasciato lì,
tra mille giorni e una sola certezza.

Sono rimasta così, con la testa china e le dita in ascolto,
come se ogni oggetto raccontasse una storia sussurrata.
E ad ogni cosa ritrovata,
sentivo riaffiorare sul mio viso, come una carezza del tempo,  le mani forti e gentili di nonno,
le mani operose e dolci di nonna.

Poi, quel foglio.
E lì il cuore è traboccato.
Perché certe grafie sono come voci,
certe parole come abbracci che tornano.

Forse non siamo noi a conservare i ricordi.
Forse sono loro che, in silenzio,
continuano a tenerci stretti.
E mentre chiudo il cassetto, sento che niente è davvero perduto finché vive nel cuore.

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