Stamattina sono stata dalla mia psicologa. Non avevo voglia di andare. Sinceramente non sapevo neanche bene cosa dirle. Sono settimane toste per me. Rimettere insieme dei pezzi di sé per riuscire a ricominciare a camminare normalmente non è facile, soprattutto dopo che hai permesso a qualcuno di entrare così tanto in profondità dentro te stessa che adesso hai paura anche solo a rispondere sinceramente a chi ti chiede “Come va?”.
La consapevolezza, però, è una cosa importante e io ho deciso tempo fa di iniziare questo percorso per poter andare a fondo nelle mie ferite e guarirle per evitare di fare del male alle persone che amo… Ma anche per evitare che quelle ferite potessero continuare a fare del male a me.
Quindi stamattina, con molta molta fatica, mi sono alzata, mi sono messa in macchina e sono andata in quel bel palazzo senza aria condizionata in cui riverso tutti i pensieri di questo cervelletto affaticato dalla vita.
Durante la seduta, molto sinceramente, ho detto alla mia terapeuta che stamattina non avevo proprio voglia di andare e insieme abbiamo fatto un piccolo recap del mio ultimo periodo. Era la prima volta che mi sedevo su quel divano senza sapere bene cosa dire e la prima volta che ammettevo con lei di non avere voglia di parlare. Ci siamo confrontate, abbiamo scavato insieme in quella pozza oscura e ne sono uscite due parole che spaventano, ma che allo stesso tempo, aiutano a liberare quel peso che porto sul petto da qualche mese:
Depressione.
PAS (Persona Altamente Sensibile) -so benissimo che sono più parole, ma considereremo la sigla come una parola unica-
Inizierò da Depressione, che ormai è una mia vecchia amica. Sono entrata in quello studio 8 anni fa, insieme a lei, alla mia amica Depre, e oggi ritrovarmela lì ad aspettarmi devo dire che non è stato per niente una sorpresa. Se non siete troppo pratici di queste patologie, non sapete che la cara vecchia Depre ha un problema di attaccamento asfissiante. Una volta che ti si è azzeccata addosso, resta insieme a te più o meno tutta la vita, sempre pronta a riprendersi il suo posto sul divano accanto a te, anche se tu ogni tanto riesci a chiederle di spostarsi sulla poltrona e lasciarti il posto libero per qualcun’altro, tipo una gioia, non so. Ecco io mi ero accorta che la vecchia megera stava tornado, mi aveva dato segnali, sapevo che stava cercando di fare i suoi giri, i suoi complotti per riuscire a riprendersi il suo posto, ma ho pensato di essere brava a toglierle il cuscino da sotto il culo in tempo, devo essere sincera. Ho pensato “Io lo so che sei lì, ti vedo che stai tornando, ma ti conosco ormai, so come ti muovi, non mi prenderai anche stavolta, io e te abbiamo chiuso, non puoi ripresentarti così.”
Spoiler: non so proprio niente. Lei è tornata e si è anche ripresa il suo bel posto sul divano, quello è il suo posto e nessun Sheldon Cooper può toglierle quella gioia. Quando oggi la mia psicologa me lo ha detto mi è venuto un po’ da piangere, ma non gliel’ho data vinta. Sono due mesi. Due mesi che cerco di capire, di trovare risposte. Due mesi che mi butto nelle cose da fare per non pensare a quel dolore lì in mezzo al petto. Fino ad ora ha anche funzionato abbastanza bene… O almeno funzionava fino a un paio di settimane fa. La mia psicologa mi ha detto “Si, perché hai finito per rassegnarti. Hai capito che quello che potevi fare lo avevi fatto e ti sei rassegnata al fatto che ormai la cosa sia finita così”
Ecco, quanto mi fa rodere il culo la parola “rassegnazione”. Però ok, Maria Grazia, se vuoi proprio guadagnarti questi 60 euro almeno dimmi perché mi sono rassegnata se il dolore e l’amore che nonostante tutto porto nel petto, pizzicano ancora così forte. Lei mi ha risposto una cosa che io sapevo di sapere, ma che non volevo vedere, non in questo momento, non in questo contesto.
“Ami talmente tanto, che sai che amare è lasciare liberi anche di andarsene… E tu hai fatto questo, l’hai lasciata libera di andare, nonostante il modo in cui è finita ti stia distruggendo.”
Maledetta. Questi 60 euro me li deve proprio fare spendere bene.
Quindi Depre è tornata ed è tornata perché, oltre ogni aspettativa, il mio era amore vero. Io sapevo amare.
Bella fregatura eh. Avevo il sospetto che stare sdraiata sul letto a fissare il soffitto per un pomeriggio intero, solo perché ho ritrovato il maglione che indossavo quando abbiamo scattato l’ultima foto, fosse un po’ un sintomo di qualcosa, ma alla fine chi mai poteva esserne certa dai?
Depre porta con se altre parole non proprio simpatiche, sapete? Psichiatra, diagnosi medica, terapia farmacologica, posologia, reazione vitale, antidepressivi…
Tante parole che speravo tanto di non dover sentire più nella mia vita.
Tante parole che forse mi accompagneranno per un po’ da qui in avanti.
MA Hey! C’è un’altra parola che è uscita proprio oggi in questa seduta tutta Happy shalalla!
PAS (Persona Altamente Sensibile).
Ecco, da un po’ di tempo mi era venuto il dubbio che il mio cervello non fosse proprio come tutti gli altri. Cioè si, per carità, però c’era qualcosa che durante il giorno mi stonava in continuazione.
Faccio fatica a stare in posti molto affollati, mi sento quasi sopraffatta dalle energie delle persone, se ricevo più stimoli visivi, sonori, sensoriali tutti insieme il mio cervello va in tilt… Insomma adesso non mi metto ad elencare tutto perché per carità, però c’era qualcosa che mi risuonava dentro… E quando Maria Grazia ha pronunciato quelle tre lettere, PAS, è successo qualcosa di strano.
Non ho pensato: “Ecco, adesso ho un’altra etichetta.”
Ho pensato: “Aspetta un attimo… quindi non ero sbagliata?”
Perché sapete qual è la cosa più pesante quando vivi tutta la vita sentendoti “troppo”? Non è essere troppo, è credere di esserlo per colpa tua.
Troppo emotiva, troppo intensa, troppo permalosa, troppo sensibile, troppo stanca dopo una giornata normale, troppo facilmente sopraffatta. TROPPO
E allora inizi a fare una cosa terribile: provi a diventare MENO.
Meno rumorosa, meno presente, meno entusiasta meno triste… Meno te.
Forse la parte più bella di una diagnosi non è avere una parola nuova da aggiungere alla lista, è potersi togliere di dosso, finalmente, una parola vecchia, sbagliata. Per anni mi sono chiamata “esagerata”, “fragile”, “troppo”, “complicata”.
Oggi, invece, forse posso iniziare a chiamarmi semplicemente… me.
Con un cervello che funziona in un modo diverso, con delle ferite che hanno fatto il loro mestiere e con una sensibilità che non è un difetto da correggere, ma una caratteristica da imparare a custodire.
Perché a volte una parola pesa come un macigno, ma a volte, invece, una parola pronunciata al momento giusto, ti restituisce anni di innocenza che avevi passato a chiederti dove stessi sbagliando! Non credo che oggi siano uscite due diagnosi da quello studio. Credo che oggi siano uscite due parole.
Una pesa tantissimo. L’altra, invece, ha alleggerito il peso di tanti anni passati a chiedermi cosa ci fosse di sbagliato in me.
E forse la cosa più bella è proprio questa: scoprire che non c’era niente da aggiustare c’era solo qualcosa da comprendere.
Per la prima volta, uscendo da quel palazzo, non mi sono sentita diversa da come ero entrata, mi sono sentita un po’ più vicina a me. Sono uscita da quel palazzo esattamente con lo stesso cervello con cui ero entrata, con la stessa “amica” seduta sul divano con la stessa sensibilità che mi fa venire voglia di scappare quando il mondo diventa troppo rumoroso… Eppure c’era qualcosa di diverso.
Per la prima volta non avevo la sensazione di dover diventare un’altra persona, avevo solo voglia di imparare, finalmente, ad avere un po’ più di tenerezza per quella che sono sempre stata.
La parola non cambia chi sei, cambia il significato che dai a una vita intera.
Forse, alla fine, il regalo più grande che mi hanno fatto quelle due parole non è stato quello di darmi una nuova identità, io ero già questa. Quelle due parole mi hanno dato qualcosa di molto più prezioso: un modo nuovo di guardarmi.
Per anni mi sono chiesta: “Che cosa c’è che non va in me?”
Oggi, per la prima volta, credo di essermi fatta una domanda diversa:
“Come posso prendermi cura di come sono fatta?”
Sembrano due domande quasi identiche. In realtà, tra una e l’altra, c’è tutta la differenza del mondo… Sono abbastanza curiosa di vedere se riuscirò a trovarla.
Forse ho passato una vita a pensare che la cura fosse qualcosa da donare.
Oggi sto imparando che è anche un luogo in cui, ogni tanto, ho il diritto di abitare.
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