Le corse sul vetro

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Dopo tanto, tanto caldo… è arrivata la pioggia.
Leggera, improvvisa, quasi timida.
Sono in macchina, ferma. Ho spento tutto: il motore, la radio, il dovere.
Solo io e il rumore sottile delle gocce che iniziano a cadere —
prima incerte, poi sempre più decise.

Le guardo mentre si rincorrono sul parabrezza,
tracciando sentieri effimeri che durano solo il tempo di uno scivolo.
Alcune si incontrano e si fanno compagnia,
altre si sfiorano e vanno avanti da sole.
E all’improvviso — come quando ero bambina —
torno a fare il tifo.
Per una goccia o per l’altra.
Per quella che sembra più veloce,
per quella che parte in svantaggio
ma poi raccoglie alleate lungo la strada e scivola avanti con eleganza.

Mi sorprendo a sorridere da sola,
come se il vetro fosse un campo da gioco
e io, spettatrice segreta, tornassi a credere che anche due gocce d’acqua
possano avere una storia da raccontare.

È buffo, ma anche dolcissimo:
ci sono momenti in cui ritrovare uno sguardo dell’infanzia
vale più di mille mete.
E oggi, in questa pioggia gentile,
ho ritrovato il mio.

Fuori, l’estate respira più piano.
Dentro, io mi sento stranamente leggera.
Come se bastasse una manciata di gocce sul vetro
per ricordarmi che non tutto va afferrato,
alcune cose vanno solo guardate,
e lasciate scorrere.

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