Oggi ho pianto per un fusillo finito fuori dalla pentola.
Sì, vagamente patetica, lo so.
Forse le mie ovaie stanno facendo strane cose in questi giorni, ma quel povero fusillo ha toccato la mia anima e io mi sono messa a piangere.
È divertente come ormai io scriva qui sopra qualsiasi cosa mi passi per la mente e mi senta totalmente libera di farlo, anche perché non so neppure se ci sia qualcuno abbastanza curioso da continuare a leggere le follie che scrivo.
Beh, se sei arrivata/o fin qui, ti meriti la spiegazione della mia teoria del povero fusillo.
Quel poveretto è stato impastato un po’ di tempo fa. Anzi, ancora prima è stato una bella spiga di grano. Bella, dorata, abbronzata al sole. Poi è diventata farina in un qualche mulino, in qualche posto del mondo. In seguito è stata impastata, modellata, lasciata essiccare il tempo necessario affinché diventasse il miglior fusillo del suo bel pacchettino di pasta. Impacchettato, messo su uno scaffale di supermercato, è stato creato e comprato per uno scopo preciso: essere cotto e mangiato. Oggi ho deciso di cucinarlo per preparare il pranzo. Fusilli radicchio e salsiccia. Voglio dire, gran bell’aspettativa diventare un piatto di pasta così, no? Torno di corsa dal lavoro, metto la musica, sistemo casa, metto su l’acqua, preparo tutti gli ingredienti. Finalmente l’acqua bolle e… cosa succede?
Nella fretta di buttare la pasta, mi esplode il pacchetto in mano. Un sacco di fusilli finiscono sul ripiano vicino al fornello e lui -sì, proprio lui, il povero fusillo sfortunato- finisce vicino alla fiamma del gas, che lo abbrustolisce per bene, rendendolo irrecuperabile. Inutilizzabile.
La mia fretta e la mia sbadataggine hanno bruciato un fusillo destinato a un grande piatto di pasta.
Ho pianto. Si si, ho pianto per quel fusillo.
Mi rendo conto di essere forse un pochino melodrammatica, ma quel fusillo era stato creato per un motivo. Aveva aspettato tutto quel tempo per realizzare il suo scopo nella vita… e poi sono arrivata io a rovinare tutto.
Cacchio, che potere enorme ha l’empatia, eh?
Ho empatizzato con un fusillo.
Chissà cosa dirà la mia psicologa quando lo saprà.
Al di là della situazione buffa, la riflessione che ne ho tratto è stata questa…
Passiamo tutta la vita a pensare di essere creati per uno scopo.
Che sia il più grande del mondo o il più umile e piccolo non importa: ognuno di noi viene al mondo con aspettative grandi quanto una casa sulle spalle. Cresciamo in un sistema scolastico che ci insegna a essere performanti a ogni costo, a restare in alto in classifica, a credere che tutto ciò che facciamo debba superare una certa soglia per avere valore. Cresciamo con l’idea che, se non siamo eccezionali, non saremo nulla, che la nostra vita sarà un fallimento se non avremo successo.
Ma è davvero così?
Quel fusillo avrebbe avuto meno valore sapendo di finire in quel modo? Tutto il processo che lo ha creato e fatto “crescere” diventa meno prezioso solo perché è finito bruciato invece che cotto?
Qualche tempo fa ho letto una citazione di, credo, Robin Williams che diceva che, sulla lapide di una persona, l’unica cosa che conta davvero è quel trattino tra la data di nascita e quella di morte.
Perché la vita è tutta lì.
Ecco, io credo che siamo tutti creati per uno scopo.
Poi però arriva la vita sbadata, frettolosa e a volte ci butta sulla fiamma del gas. Ma questo non determina il nostro valore.
Che si finisca per essere la più grande pop star di tutti i tempi o il più silenzioso spazzino di una piccola città, ognuno di noi porta dentro un universo meraviglioso, fatto di tutto il processo che lo ha reso ciò che è. Forse non siamo qui per riuscire sempre alla perfezione, ma per esistere, anche quando qualcosa va storto. Anche quando non diventiamo il piatto che avevamo immaginato. E forse il nostro valore non sta nella fine, ma in tutto il cammino che ci ha portati fin lì.
Forse non siamo qui per arrivare intatti, ma per essere veri.
E come quel fusillo, anche quando la vita ci scivola di mano e finiamo troppo vicino al fuoco, restiamo preziosi per tutto il cammino che ci ha portati fin lì.
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