Questa sera la vita ha scelto la piazza, le luci colorate, le canzoni degli anni ’90.
Là fuori si ride, si balla, si canta a squarciagola il ritornello di qualcosa che non si ricorda mai per intero.
Io invece sono qui. A letto. In silenzio.
Con la pelle un po’ sudata e gli occhi che cercano una via d’uscita oltre il soffitto.
Avrei voluto esserci, forse.
Ma mi sono accorta di non avere nemmeno un vestito da “fuori”,
solo abiti da dovere, da impegni, da “mi vesto per esserci in modo utile, non bello”.
E poi andare da sola? Con chi? Perché?
Mi sono passata addosso tutto questo come uno straccio,
e alla fine ho lasciato che la notte mi trovasse sul cuscino,
mentre dalla finestra mi arrivava il suono del mondo che andava avanti senza di me.
Ma sai cosa ho capito, piano piano, mentre stavo qui?
Che questa malinconia è il segno di una vita che desidera ancora,
nonostante tutto,
nonostante la stanchezza,
nonostante il muro invisibile che separa “noi dentro” da “loro fuori”.
Forse non ho ballato, ma ho sentito.
Forse non ho riso, ma mi sono ascoltata.
E domani, se vorrò, potrò mettere anche solo un vestito leggero per me,
e camminare fino all’angolo della mia libertà.
Perché anche quando non si esce,
anche quando ci si sente chiusi e dimenticati,
c’è una porta dentro che può aprirsi,
senza rumore,
senza pubblico,
senza playlist anni ’90.
Solo per me.
Solo per oggi.
Solo per ricordarmi che sono viva.
E che il mondo, anche quando sembra lontano,
può ricominciare da qui.
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