L’insostenibile visibilità di un giubbino catarifrangente

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Ieri ho scoperto che i daini non attraversano la strada: appaiono, come fantasmi di muscoli e grazia, costringendoti a decidere in un millisecondo chi salvare. Ho scelto loro. Il mio istinto ha scelto loro, immediatamente. Uno sguardo fugace allo specchietto, sperando di avere abbastanza spazio dietro per non fare del male a nessuno, e poi ho inchiodato premendo forte il freno della mia macchina nel cuore di un bosco buio, convinta che salvare una vita meritasse più di un premio dal destino. Il destino, con un colpo secco e un terribile rumore di lamiere, mi ha risposto mandandomi addosso l’auto che mi seguiva.
La mia prima reazione, violenta e immediata, è stata il pianto… il mio modo preferito di gestire il caos… ma l’ho ricacciato indietro. Dovevo verificare che l’altro autista stesse bene. Stava bene, grazie al cielo. Io, invece, ho iniziato a tremare. Un tremore forte e incontrollato che non era solo freddo, era il corpo che cercava di rimettere a posto i pezzi. A proposito di pezzi, c’erano pezzi della mia macchina sparsi sull’asfalto come coriandoli tristi. Il fendinebbia posteriore, pezzi del paraurti… La macchina per cui ho lavorato duramente, schiacciata un pezzetto alla volta dalle ruote di chi passava.
Ho indossato il mio giubbino catarifrangente, giallo fluo. Ero una macchia di colore così violenta che avrebbero potuto avvistarmi dalla Stazione Spaziale Internazionale. Ero, teoricamente, la persona più visibile del bosco.
Ho chiamato subito i soccorsi che ci hanno bellamente ignorato, nessuno si è fatto male, per cui a posto così. Ho chiamato a casa per avvisare. Mio padre mi ha ascoltata con la calma di chi sta guardando il meteo. “Tutto bene?”. “Sì, ma sono nel bosco, la macchina è a pezzi”.
“Ok, ci vediamo tra poco”.
Quel “tra poco” è un concetto filosofico astratto così affascinante: è durato due ore e mezza.
Due ore e mezza passate sul ciglio della strada a guardare i camion sfiorarmi gli specchietti e a sperare che non prendessero in pieno il triangolo posizionato a distanza per segnalare i detriti in strada, mentre il ragazzo dell’altra auto veniva travolto da una pioggia di telefonate. La sua ragazza è arrivata dopo dieci minuti; il suo telefono scoppiava di “Come stai?”, “Ti serve aiuto?”, “Siamo qui”.
Il mio telefono, invece, ha osservato un rigoroso sciopero del silenzio. Restava muto, un rettangolo di vetro nero che rifletteva solo la pioggia. Guardavo i pezzi della mia carrozzeria diventare polvere sotto gli pneumatici degli estranei e capivo che puoi essere luminosa quanto vuoi, ma se nessuno ha voglia di guardare, resti invisibile.
Sono tornata a casa dopo due ore e mezza, col paraurti rappezzato al meglio e i muscoli che oggi urlano per ogni singola contrazione della paura. I miei erano lì, sul divano. Braccia incrociate e lo sguardo fisso sulla televisione. Mi hanno chiesto del danno economico e quanto tempo ci volesse per le pratiche, poi si sono seduti a tavola a mangiare, mentre io continuavo a tremare tra un foglio dell’assicurazione e l’altro.
Eppure, mentre il mio telefono restava ostinatamente muto, io fissavo quello schermo nero e pensavo a tutt’altro. Pensavo che, se quel millisecondo nel bosco fosse andato diversamente, se l’impatto fosse stato più cattivo, se ci avessi messo un secondo in più a frenare e avessi preso in pieno quei daini, io me ne sarei potuta andare senza la certezza che le persone a cui tengo sapessero davvero quanto le amo.
Ho avuto l’impulso di scrivere, subito, un messaggio notturno, improvviso, per dire: “Ti voglio bene, sappilo”. A volte lo faccio, per ricordarlo periodicamente, per fare sentire che, anche se sparisco, per loro ci sono sempre. Mi sono trattenuta, per paura di sembrare patetica o esagerata dopo “solo” un paraurti sfasciato. Ma la verità è che basta un soffio, un daino improvviso, una frenata mancata, per smettere di esistere. E restare in silenzio, per orgoglio o per timore di non essere ricambiati, è un rischio che non dovremmo correre.
A cosa ci si aggrappa quando si è profondamente soli?
Forse al fatto che i daini, almeno loro, sono tornati nel bosco sani e salvi. Io sono rimasta sul ciglio della strada a capire che un giubbino catarifrangente non serve a nulla contro il gelo di chi preferisce restare al caldo.
Ma c’è una luce diversa che ho portato via da quel bosco. Se nessuno è venuto a cercarmi nel buio, ho capito che devo essere io a illuminare i miei legami. Non è patetico dire a qualcuno che lo ami; patetico è darsi per scontati fino a quando non resta che un telefono muto e una sedia vuota. Sono ammaccata, sì, ma sono ancora qui. E oggi so che la mia voce, quel “ti voglio bene” che ieri tremava in gola, è l’unica cosa che conta davvero riparare. Non so se avrò il coraggio di dirlo proprio stasera, non voglio risultare pesante o in cerca di attenzione. Però magari domani lo dico. Perché è meglio dirne uno in più che rischiare di non sapere di essere amati da qualcuno mentre si aspetta sul ciglio di una strada, al freddo, con un giubbotto catarifrangente addosso.

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