Oggi ho fatto una scoperta straordinaria.
Pare che io sia diventata un’app… Non lo sapevo!
Nessuna installazione, nessun aggiornamento, nessuna schermata con scritto “accetti i termini e le condizioni?”. Eppure funziona benissimo.
Questa mattina il telefono ha vibrato e sullo schermo è comparso un semplice messaggio: “Ricordati di…”
Tre parole precise. Pulite, funzionali. Niente buongiorno, niente “come stai?”, niente “per favore”… Solo il comando.
L’algoritmo, devo dire, è impeccabile.
Il piccolo dettaglio è che quel messaggio è arrivato mentre stavo piangendo. Si, come una cretina mi sono concessa la libertà di piangere… E non stavo piangendo per caso, stavo piangendo proprio per quella sensazione lì…
Quella stanza. Quella stanza che per un attimo credi piena
e poi scopri che è paurosamente vuota.
Perché questa settimana è stata così. Io che cercavo di essere impeccabile, sempre efficiente, sempre disponibile, sempre pronta quando serve, per chi serve, come serve. Sempre lì, come una presa di corrente nascosta nel muro: nessuno la guarda davvero, ma se smette di funzionare improvvisamente se ne accorgono tutti. Eccomi, la presa nel muro che ha deciso di fare i capricci.
Qualche giorno fa ho anche avuto una piccola idea rivoluzionaria: ho chiesto un aumento al mio capo.
Pazza incosciente! Perché chiedere di avere un riconoscimento equo per il lavoro che si svolge?
Non un milione di euro eh, solo un piccolo riconoscimento, uno di quelli piccoli che dicono una cosa molto semplice:
ti vediamo.
La risposta è stata illuminante: “Vuol dire che troveremo qualcuno che deve venire qui a fare le chiamate al posto tuo.”
Le chiamate.
È curioso, perché io credevo di fare tante altre cose…
Sistemare problemi prima ancora che qualcuno si accorga che esistono, restare sempre un passo avanti perché tutto continui a funzionare, fare in modo che tutti possano lavorare al meglio e con i migliori comfort… Ma evidentemente mi sbagliavo. Io faccio le chiamate.
E così stamattina, mentre leggevo “Ricordati di…”, ho capito una cosa: non sono una persona. Sono un sistema operativo piuttosto efficiente.
Rispondo.
Ricordo.
Organizzo.
Eseguo.
Peccato solo per un piccolo bug del sistema.
A volte piango.
E quando succede, tre parole possono rimbalzare sui muri di una stanza vuota e tornare indietro con un suono diverso. Non suonano più come un promemoria. Suonano come eco in una stanza paurosamente vuota. Una stanza che viene usata solo quando serve e non ha una vera anima per essere vissuta ogni giorno. Curioso, no? Perché una pensa sempre che ci sia qualcuno a guardare in quella stanza, a fare attenzione a non distruggerla, ad arredarla e riempirla con amore… invece in questi momenti quella stanza risulta assolutamente vuota. Priva di un’anima.
Poi però succede una cosa strana con le stanze vuote.
Se resti lì abbastanza a lungo, in silenzio, ti accorgi che l’eco non viene dai muri.
Viene dal cuore.
Un cuore che piano piano, un pezzetto alla volta, con fatica, sta provando a riempirla quella stanza, un giorno alla volta.
E se ascolto bene quell’eco, in fondo in fondo alla stanza, in quel l’angolino nascosto in cui nessuno guarda, sento ancora qualcuno respirare. Ogni tanto quel qualcuno singhiozza in mezzo allo sconforto di sentirsi in quella stanza totalmente vuota, quasi un vuoto a perdere. Eppure quel qualcuno in quella stanza c’è. Qualcuno che prova ostinatamente a costruire qualcosa, anche fosse solo una finestrella per portare un raggio minuscolino di luce.
Io so chi è quel qualcuno.
Sono io.
Da sola, si, ma sempre in cerca di quella luce.
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