È un mese che piove quasi ininterrottamente.
La mattina piove a dirotto, il pomeriggio una timida palla di fuoco si affaccia nel cielo, poi di nuovo lampi, tuoni, vento e pioggia. Se il sole non facesse ogni tanto la sua comparsa totalmente a caso, potrei quasi dire di aver dimenticato il suo calore. La cosa che mi fa sorridere è che questo cielo mi rappresenta perfettamente. Forse è proprio per questo che faccio fatica a sopportarlo: è come avere il mio stato d’animo appeso sopra la testa, in versione meteo.
Nell’ultimo mese la mia vita è stata presa e strappata in tanti piccoli pezzetti. Sto cercando di raccoglierli, uno per uno, come si fa con le cose fragili che non si vogliono perdere… anche quando non si sa bene dove vadano rimesse.
Chi ha mai iniziato un percorso di terapia lo sa: è come entrare in una stanza dentro di sé, accendere una luce che non sempre si era pronti ad accendere e trovare un totale casino. Lì non hai che due scelte: spegni la luce di nuovo e te ne vai, fingendo di non aver visto niente, o ti rimbocchi le maniche e cerchi di mettere a posto quello che c’è.
Io ho scelto la seconda.
Giovedì mattina, seduta su quella sedia imbottita (no, il lettino è più un mito collettivo che altro), la mia terapeuta ha preso ogni singolo aspetto della mia personalità e lo ha… smolecolato. Sì, smolecolato! No, non esiste un verbo migliore, mi dispiace per l’Accademia della Crusca.
Con una delicatezza disarmante la mia psicologa ha preso ogni pezzo, lo ha riportato alla sua origine insieme a me, lo ha smontato fino alla radice faticando anche a lasciarla quella radice! E alla fine mi ha restituito un foglio bianco dicendomi:
“Bene. Ecco a te. Ora la penna ce l’hai tu. Scriviti.”
E io ho pensato: ma chi cacchio lo sa come ci si scrive da soli?
Sono talmente abituata a reagire alla forza, quasi alla violenza con cui a volte mi sono sentita smontare nella vita, che quando lei lo ha fatto con gentilezza mi sono trovata completamente impreparata. È destabilizzante. Perché alla violenza sai rispondere, alla carezza che smonta no!
Così eccomi qui, con il mio foglio bianco tra le mani, a chiedermi chi sono. Non perché sia ancora in cerca di un’identità adolescenziale, sia chiaro, ma perché quando scopri che molte delle tue passioni sono nate (inconsciamente) solo per essere vista, per essere amata, per non perdere qualcuno… cosa resta di veramente tuo?
Resta il bianco e una penna che pesa più del previsto.
In questi giorni ho provato a cercarmi al mare, lanciando l’anima tra le onde, sperando che la schiuma dei cavalloni mi restituisse un frammento di me. Il mare mi ha solo abbracciata, non restituita.
Ho provato ad ascoltare la pioggia, la sua carezza e la sua rabbia che magari assomiglia un po’ alla mia. Nemmeno lì mi sono trovata. Ogni luogo, ogni oggetto, ogni amore della mia vita sembra avere il volto di qualcun altro. Il volto di tutti tranne che il mio.
Come ci si ritrova quando il mondo ti viene restituito in bianco? Quando nemmeno il cielo sembra sapere cosa essere?
Forse la risposta non è trovare subito le parole giuste, forse la risposta è restare in ascolto. Restare sotto questa pioggia instabile, accettare che sole e nuvole possano coesistere, smettere di pretendere di splendere per forza, perché forse splendere non è sempre fare luce, a volte è solo restare accesa, anche quando il cielo sembra aver dimenticato il tuo nome.
Prima o poi tornerò a vedermi.
Non come un’esplosione improvvisa di sole, ma come quella timida palla di fuoco che si affaccia tra le nuvole e, piano piano, scalda di nuovo la pelle.
Forse scoprirò che non ero scomparsa, ero solo in attesa di un’alba.
O, magari, solo dell’aurora. 🌄
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