E se voli?

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Ho paura di rovinare tutto.
Che già detta così sembra l’inizio di una tragedia greca, ma purtroppo è solo un piccolo riassunto della mia vita. Per una volta mi sembra di aver trovato una persona che mi capisce, che mi ascolta, che mi vede davvero… e io, invece di godermela, ho paura di rovinare tutto. È un classico.

Avevo nove anni quando ho dovuto salutare per sempre la prima bambina che io abbia mai chiamato “migliore amica”.
A nove anni si dice così, no? Andrea era la mia migliore amica. Io non ero esattamente la bambina che ci si aspettava… Cresciuta in campagna, capelli cortissimi, più a mio agio sugli alberi che tra le bambole. Mi piaceva giocare con i maschi, inventare avventure, sporcarmi le mani. Le bambine della mia classe, invece, avevano paura perfino di un lombrico (In effetti, a posteriori, capisco che fossi un po’ fuori target). In poco tempo fui esclusa dai loro giochi e diventai quella bambina che può andare d’accordo con tutti, ma che nessuno sceglie davvero.
Nessuno, tranne lei.
Andrea era più piccola di me, aveva otto anni. Ci incontravamo ogni giorno sul pulmino della scuola. Spesso prendevamo lo stesso perché abitava proprio di fronte a casa di mia nonna, quindi scendevamo alla stessa fermata. Non ricordo come siamo diventate amiche, so solo che ogni giorno ci aspettavamo lì, alla fermata, per inventare giochi bellissimi nell’attesa di tornare a casa. All’epoca nessuno si preoccupava troppo di due bambine lasciate lì da sole. O forse sì, ma facevamo finta di niente. Ricordo le corse sul marciapiede, fingendo di essere agenti segreti capaci di trasformarsi in animali per salvare il mondo… Io ero il lupo, lei era l’aquila. Già allora avevamo una certa predisposizione al dramma epico.
Non so se vi è mai successo di avere ricordi di quando eravate piccoli, che hanno quella patina lucida e magari non ricordate esattamente tutti i dettagli, ma ci sono delle immagini che sono chiarissime… Ecco, il mio ricordo chiaro è che correvo il più veloce che potevo su quel marciapiede, mi voltavo e trovavo al mio fianco Andrea che sorrideva e mimava il volo dell’aquila con le braccia aperte ed i capelli al vento. Lei è stata la prima persona di cui io ricordi di aver detto:“Sì, lei è la mia migliore amica”.
Andrea non l’ho mai dimenticata davvero. Come non ho mai dimenticato il momento in cui ho saputo che era morta per un aneurisma cerebrale.
Aveva sette anni.
Il giorno prima avevamo giocato come matte, ci eravamo salutate con un “a domani”. Quel domani non è mai arrivato.
Un compagno di scuola me lo disse così, senza troppi problemi, come è normale per un bambino di nove anni:
“Ma come, non lo sai? È morta”. Io mi arrabbiai moltissimo, convinta stesse scherzando su una cosa troppo seria.
(Sì, ero pesantona anche a nove anni.)
Non scherzava.
Me lo spiegò mia nonna, almeno un mese dopo, tenendomi in braccio. Mia madre non voleva che lo sapessi, ma mia nonna volle spiegarmi per poter affrontare quel dolore senza pensare di aver sbagliato qualcosa io. Mi disse che Andrea si era sentita male e che nessuno poteva aspettarselo. Che non l’avrei più vista. Non credo di essere andata al funerale, non lo ricordo, ricordo però il cimitero, la mano della nonna che stringeva la mia ed io che piangevo davanti a quella lapide che nascondeva i capelli biondo oro della mia migliore amica.
La nostra ultima missione da lupo e aquila non si è mai conclusa.

Non so se è stato questo a influenzare tutte le amicizie successive. Non so se è per questo trauma nascosto che, a un certo punto, le persone che consideravo amiche se ne andavano. So solo che, in trent’anni, non ho mai avuto quell’amicizia che resta nonostante tutto. A un certo punto, mi sono sempre ritrovata sola e ormai, diciamolo, mi sembra sia un dato statistico piuttosto solido.
Ed è forse questo che mi spaventa davvero.
Perché quando vedi che tutti, ma proprio tutti, hanno almeno una persona che è rimasta nella loro vita, prima o poi te lo chiedi: io dove sbaglio? Deve esserci qualcosa che faccio, qualcosa che non vedo, se nessuno ha mai deciso che valesse la pena restare, no? Il problema è che chi se n’è andato non me lo ha mai spiegato. Niente recensioni negative, solo disintalla l’app e ciao.
Non so perché ho smesso di essere amica di persone che per me erano importanti e che oggi a malapena mi salutano per strada. Non so dove sbaglio, ma vorrei tanto, tanto saperlo. Perché adesso ho paura.
Ho un’amica, una persona dolcissima e in gamba a cui, dopo tanto tempo, sto dando fiducia. Sto riuscendo a mostrarmi per quella che sono, senza maschere, senza troppi trucchi di sopravvivenza… E sono terrorizzata! Ho paura di essere troppo, ho paura di fare qualcosa che la faccia andare via, ho paura di ferirla senza nemmeno accorgermene, perché se non sai cosa fai di sbagliato, come fai a non rifarlo??
Io le voglio bene davvero… E l’idea di farle male per un mio comportamento mi terrorizza.
È un gioco bellissimo, l’amicizia, il relazionarsi con un’altra anima che senti affine, peccato che non diano mai le istruzioni.
Ho paura di rovinare tutto.
E allora provo a ricordarmi che voler bene non è un errore, che fidarsi non è una colpa, che aprirsi non è un difetto di fabbrica, anche se ogni tanto lo sembra. Magari non posso garantire che nessuno se ne andrà, non ho questo superpotere, ma posso promettermi di non sparire io, di non ridurmi per paura, di non smettere di sentire solo perché sentire fa paura. Perché, se anche dovesse far male, io voglio continuare a credere che da qualche parte ci sia ancora spazio per un lupo e un’aquila che ogni tanto inciampano, ma continuano a correre insieme.
E allora, nonostante il terrore, provo a fare i passi giusti… O almeno che penso siano giusti… E vediamo che succede… Vediamo dove ci porta il caso.
Se cadrò, almeno ci avrò provato.

E tu chiedi: “E se cado?” Oh, ma mia cara, e se voli?

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