A volte il silenzio non è fuori, ma dentro. È quello che resta quando ti accorgi che, pur essendo sempre presente per tutti, non sai più a chi appoggiarti.
Quando la sera arriva senza rumore e ti ritrovi, con il telefono in mano, alla ricerca di un piccolo spiraglio di luce sussurrato o anche soltanto riflesso, a chiederti non chi potresti chiamare, ma chi resterebbe.
Scorri quei nomi, uno per uno, e non c’è nemmeno un contatto che senti di poter chiamare per aiutarti a placare quel grido nel petto.
In quel momento, una vocina nella testa ti dice:
“Guarda, tu ci sei sempre per tutti. Ma se hai bisogno tu… chi c’è?” La sai la risposta, ma la sa anche quella bastarda e ti accorgi, con amarezza, che ha spaventosamente ragione.
È piacevole ammetterlo? Assolutamente no.
Ma ha ragione.
Ti guardi attorno e fai due conti.
Non si può darle ragione senza oggettivamente provare quello che dice, no?
Ma poi, invece eccole lì, le tracce della sua verità.
Hai un numero nuovo per dividere le telefonate di lavoro da quelle private, ma entrambi i numeri, alla fine della giornata lavorativa, restano muti. Passi le tue giornate in una routine banale tra lavoro, impegni per gli altri e casa. Casa. Casa.
E quante persone ci sono che ti cercano anche solo per un caffè, o per una chiacchiera senza motivo?
Nessuna.
Esisti nelle vite degli altri solo nella misura in cui sei utile.
Ti cercano se hanno bisogno, perché tu, cretina, corri.
Corri come un’ossessa ad aiutare, ad esserci, come se correre potesse farti amare un po’ di più, farti esistere davvero.
Ma non è così.
Quello non è essere amati.
Quello è essere come un bicchiere di plastica alle feste di compleanno: lo difendi con tutte te stessa, lo porti in giro con te per tutto il tempo, per non perderlo, a volte ci scrivi pure il tuo nome sopra per non confonderlo con gli altri, ma alla fine della festa…
finisce comunque nella spazzatura.
Ecco, sei un bicchiere di plastica.
Ma forse alla fine la faccenda non è che bicchiere sei, ma cosa contieni. Perché forse, da qualche parte, c’è qualcuno che si fermerà a guardare davvero cosa contieni, no?
E forse il punto non è dimostrare quanto sai contenere, ma chiederti se c’è ancora qualcuno, tu compresa, disposto a sceglierti non per quello che dai, ma per quello che sei.
Forse non proprio un bicchiere di plastica, ma tipo un bel bicchiere di vetro, fragile, si, ma consapevole della tua fragilità e in grado di sopportare tutte le temperature di ciò che hai dentro.
Ora la metafora del bicchiere forse è anche un po’ ridicola, ma mi dico che tanto alla fine queste parole chi le leggerà?
E allora si, gran bel bicchiere di vetro, sei Bello, splendente, forse non apprezzato da tutti (voglio dire, lo hai visto il cristallo?) ma ciò che hai dentro può essere così straordinario. Che poi qualcuno venga a dissetarsi da te, importa relativamente… Tu sei tu, a prescindere da chi arriverà a curiosare dentro di te… Ma ci saranno degli occhi veri, sinceri, del colore del mare o del più bel prato di primavera, che magari guarderanno davvero lì dentro e ti ameranno davvero così tanto da bastarti per una vita intera.
Ora però la domanda è semplice:
E se quegli occhi, che magari adesso hanno le onde in tempesta dentro, in realtà alla fine fossero proprio i tuoi?
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