per chi resta a guardare il cielo vuoto

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C’è una crudeltà silenziosa
nella morte che arriva quando la vita non ha ancora messo radici profonde.
Quando gli anni sono ancora un seme che sogna il suo domani
e il cuore batte pensando di avere tutto il tempo del mondo.

Ma il tempo, a volte, tradisce.
E lascia orologi fermi nelle stanze
e nomi che tremano nelle bocche di chi li sussurra incredulo.

Non c’è giustizia nella morte che sceglie chi ha appena iniziato a vivere.
Non c’è poesia in un’assenza così giovane.
Solo un vuoto che pesa come piombo.
Solo la domanda che non smette di tornare:
“perché lui?”

Chi resta, resta con le mani vuote
e con il cuore pieno di tutte le cose non dette,
di tutti i sorrisi futuri che non avranno più un volto.
Si resta a guardare le sue foto,
a cercare la sua voce tra i ricordi,
a voler credere che da qualche parte
– in qualche modo –
ci sia ancora.

E forse c’è.
Nei sogni, nei silenzi improvvisi,
in quelle lacrime che scendono senza preavviso,
nell’amore che non ha mai avuto tempo di spegnersi.

Troppo presto, si dice.
Ma forse non esiste mai un “tempo giusto” per lasciarsi portare via.
Esiste solo l’abisso di chi resta,
e la scelta, ogni giorno,
di continuare a vivere
anche con un pezzo in meno.

Perché chi ha amato
vive anche nei passi che si faranno senza di lui.
E ogni alba sarà un po’ più fragile,
ma anche un po’ più sacra.
Perché vivere
sarà anche un modo per dire:
“non ti ho dimenticato.”

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