C’è un caffè che non dimenticherò mai.
Non per il sapore, ma per ciò che conteneva: mattini d’alba, passi affrettati, mani che stringevano una tazza come fosse un’ancora.
Ogni incontro era un piccolo rito, un filo invisibile che credevo indissolubile.
All’inizio fu dolce come una promessa.
Io, che non mi ero mai sentita scelta, mi scoprii riflessa nello sguardo di chi vedeva in me qualcosa di bello. Bastava quello per rinunciare al sonno, cambiare orari, piegare la mia vita pur di restare accanto. Non mi accorgevo che, sorso dopo sorso, mi stavo diluendo dentro l’altro, fino a perdere il mio sapore.
Gli anni della devozione arrivarono presto: orari incastrati come puzzle, pasti saltati ripetutamente, notti in bianco, chilometri percorsi pur di esserci. Sempre io a rinunciare ai miei spazi, ai miei tempi, in nome di un “noi” che mi faceva sentire così protetta. A volte mi sembrava di vivere per quell’attimo in cui la tazza fumava tra le mani e il mondo restava fuori dalla porta. Non sapevo che, in quel continuo servire, stavo dimenticando la mia voce, le mie mani, la mia fame di vita.
Poi arrivò il tempo in cui non ero più necessaria.
L’allontanamento fu lento, silenzioso… come una tazza lasciata raffreddare. Le parole si fecero rare, i gesti automatici, e gli sguardi iniziarono a scivolare altrove.
Tante volte mi chiesi dove avessi sbagliato. Io, non noi.
Non servivo più, potevo essere buttata.
Perché io non valevo mai la pena. Mai.
Quando le risposte arrivarono, furono amare come il fondo del caffè: giudizi taciuti per anni, riversati addosso in un istante.
Fu allora che compresi che non stavo difendendo un amore, ma trattenendo un veleno che, a piccole dosi, mi stava consumando.
Mi ha fatto male, sì.
Ma mi ha insegnato che l’amore non chiede annullamento, né devozione cieca. L’amore vero è uno scambio in cui entrambi portano luce, un calore che si costruisce a due mani.
Quello fu un caffè amaro… eppure mi ha insegnato che io, il caffè, lo preferisco zuccherato.
E ora, quando stringo una tazza tra le mani, sorrido un po’.
Perché so che non berrò mai più qualcosa che mi faccia dimenticare il mio sapore.
Perché se c’è un veleno, non lo berrò.
E se c’è amore, lo riconoscerò dal primo sorso.
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