Beh, non credo sia necessario che io annunci la potenza dell’intro di questa canzone.
Bastano tre note, e il cuore sa già dove tornare.
“Sweet Child o’Mine” per me è molto più di una canzone.
È il suono che mi ha insegnato ad amare la musica,
la chitarra che mi ha insegnato a respirare.
Non sono cresciuta nel modo più semplice,
ma c’è stato un tempo in cui due zii, come stelle gentili,
hanno riempito la mia casa di dischi, risate e strumenti.
Fu mio zio a regalarmi la mia prima chitarra
e fu questa canzone a farmi capire che quel suono
poteva diventare casa per me.
C’è stato un tempo, più avanti, in cui la notte era troppo lunga.
Troppo buia.
Troppo piena di pensieri che bruciavano fin dentro l’anima.
Dormivo solo con la musica nelle orecchie,
più forte era, più riuscivo a spegnere il dolore.
Il rock mi proteggeva: Metallica, Black Sabbath, Linkin Park…
Come un’armatura sonora che mi abbracciava e suonava più forte del casino che sentivo dentro.
Ma c’era una canzone che riusciva a fare qualcosa di più:
non solo difendermi,
ma accarezzarmi e farmi sentire che potevo superare tutto, potevo puntare a quel “bright blue sky”.
Solo una.
Sempre lei.
“Sweet Child o’Mine”.
L’intro che mi abbracciava,
la chitarra che mi cullava fino al sonno,
il sorriso che arrivava prima che la notte potesse ferirmi.
E adesso che la notte è più gentile,
che riesco a dormire anche senza chitarre a proteggermi,
quella canzone è ancora lì.
Ogni volta che la sento,
un brivido dolce mi attraversa.
Faccio un respiro profondo
e mi lascio portare in quel posto sicuro.
Perché a volte non servono parole,
basta una nota per sapere
che c’è stato un tempo in cui, nonostante tutto,
qualcosa… o qualcuno…
ci ha tenuto stretti abbastanza da farci restare.
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