Ci sono canzoni che sembrano scritte per un momento preciso,
quasi sapessero già il tempo in cui suoneranno.
“Someone like you” è una canzone che mi riporta ai diciott’anni.
Ai giorni in cui l’amicizia era un rifugio,
e bastava una sera tra chi amavamo per sentirsi invincibili.
È stata la colonna sonora del mio primo e unico ballo.
Una serata nata per gioco,
con il nostro piccolo gruppo di amici che aveva deciso, per una volta,
di trasformare il salotto di una casa in una sala da ballo d’oltreoceano.
E poi… eccolo.
Il lento.
La musica, le luci soffuse,
le braccia di qualcuno che conoscevo da sempre,
che sentivo casa,
che pensavo potesse essere il mio per sempre.
Ballavamo.
Io sentivo il cuore suonare più forte della canzone.
Era il mio sogno ad occhi aperti,
e sembrava reale.
Poi la musica cambiò.
E, con il tempo, anche tutto il resto.
“Someone like you” è rimasta sospesa tra due respiri:
quello dell’attesa e quello del disincanto.
Oggi è una canzone che ancora commuove,
non per ciò che dice,
ma per ciò che ricorda.
Per le storie che portiamo dentro
e che a volte si rompono proprio nel momento più bello.
Ma anche i lenti interrotti
restano nella pelle.
E forse,
in fondo,
è proprio questo che fa della musica
la nostra memoria più vera.
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