A volte ci si ferisce senza volerlo.
Si parla senza ascoltare,
si reagisce invece di accogliere,
si chiude il cuore a chi ci tende la mano.
Non perché si voglia fare del male,
ma perché non si è ancora guardato il proprio.
Le ferite non curate si trasformano in lame.
In paure, in difese, in rabbie improvvise.
E senza accorgercene, rischiamo di far sanguinare chi ci sta vicino
con tagli che non sapevamo nemmeno di avere.
Per questo è importante fermarsi.
Scendere dentro.
Avere il coraggio di guardare dove fa male
e restare lì.
Non per colpa, ma per liberazione.
Per spezzare il ciclo.
Per non far ricadere su chi amiamo
ciò che non è colpa loro.
Chi si guarda davvero,
chi affronta il buio e gli dà un nome,
non diventa perfetto.
Diventa più vero.
Più presente.
Più capace di amare senza ferire.
Curare le proprie ferite
non è solo un atto di guarigione personale.
È un atto di cura verso chi verrà dopo,
verso le anime che incroceranno il nostro cammino
e meritano di essere accolte,
non confinate nei resti di ciò che ci è accaduto.
Guardarsi, per non ferire.
Amarsi, per imparare a proteggere.
Scegliere la luce,
anche quando costa attraversare l’ombra.
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