Le emozioni si aggrovigliano piano,
senza chiedere permesso,
senza fare rumore.
Si vorrebbe lasciarle andare,
farsi attraversare da quel pianto che non ha bisogno di spiegazioni.
Ma resta lì,
sospeso,
come una nuvola che non sa ancora se pioverà.
Non è tristezza piena,
non è rabbia.
È solo un accumulo silenzioso,
di battiti trattenuti,
di cose sentite troppo in fretta,
di stanchezza che non trova riposo.
Si continua a fare.
A rispondere, a muoversi, a reggere.
E poi, nel primo momento di quiete,
ecco che arriva quel nodo.
Quella voglia di lasciarsi andare
senza riuscirci davvero.
Allora si scrive.
O si resta fermi.
Si respira piano,
cercando una fessura da cui possa uscire almeno un frammento.
Forse domani sarà più semplice.
Forse no.
Ma per ora va bene anche così.
Rimanere qui,
in compagnia di ciò che ancora non ha nome,
in attesa che il cuore trovi il suo modo di sciogliersi.
E anche senza lacrime,
sentirsi un po’ più leggeri
solo per averlo detto,
anche solo tra le righe.
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