A volte il giorno nasce chiaro,
ma qualcosa lo opacizza piano.
Non c’è buio,
ma nemmeno calore pieno.
Solo quella strana luce sospesa
che illumina senza scaldare.
Si continua a muoversi,
a rispondere al tempo che chiama,
a sistemare cose che si rompono,
a mettere in ordine piccoli disordini
che nessuno vede ma che chiedono di essere risolti.
Si cammina,
ci si afferra alla concretezza come fosse ancora ossigeno.
Per un attimo si sente qualcosa fiorire,
un briciolo di orgoglio,
una piccola scintilla: “Ho fatto qualcosa di buono.”
E poi, lentamente, tutto tace.
Intorno,
dentro.
Il rumore si ritira,
ma non lascia quiete:
lascia solo uno spazio strano, fermo,
come una stanza in cui il tempo non entra più.
La luce resta lì,
dietro le tende,
senza sapere se può entrare davvero.
Il corpo si fa lento,
il cuore più silenzioso.
Le ore si allungano,
come un respiro trattenuto.
E allora si resta.
Si guarda il muro,
si ascolta il ticchettio del nulla,
si cerca qualcosa da afferrare con gli occhi o con le dita.
In fondo,
forse non si aspetta altro che la sera —
quel momento in cui anche il pensiero può riposare,
e ci si concede, finalmente,
di lasciar scorrere via la stanchezza del non essere visti.
Domattina, forse,
il cielo sarà un po’ più limpido.
O forse no.
Ma intanto,
anche oggi,
si è resistito.
E questo,
in silenzio,
è già tanto.
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