Quella ragazza sotto l’albero

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Certe volte, il dolore ha una voce che urla.
Una voce che si fa tempesta in corridoi stretti,
che rimbalza contro le pareti come un richiamo disperato,
e che lascia dietro di sé silenzi ancora più forti.

Lavoro accanto a un centro di fragilità.
Un luogo dove l’anima cerca di guarire, anche se a volte lo fa gridando.
Ho imparato a chiudere la porta quando l’urlo arriva,
non per allontanarmi…
ma per proteggere. Me, e chi sta attraversando il proprio buio.

Ma oggi, qualcosa è stato diverso.

Più tardi, sulla strada per tornare a casa,
l’ho vista.
La stessa ragazza che poco prima aveva gridato forte.
Era lì, seduta sotto un albero,
le gambe raccolte contro il petto,
lo sguardo perso davanti a sé,
come se il mondo intero le fosse scivolato via dalle mani.

E in quel momento,
non ho visto più la rabbia, né la confusione.
Ho visto solo una creatura stanca,
sporca forse di dolore, ma profondamente umana.
Una ragazza come tante,
che avrebbe potuto avere una sorella, un amore, una stanza piena di libri…
e invece era lì, sola, sul ciglio della strada,
tra il rumore della città e il silenzio che nessuno sa ascoltare.

Avrei voluto fermarmi.
Dirle che l’avevo vista.
Che non mi spaventava il suo urlo.
Che a volte si grida solo per essere certi di esistere ancora.
Ma non l’ho fatto.
Per rispetto, per regola, per equilibrio.

Eppure da ore ce l’ho dentro.
Seduta da qualche parte nel mio petto,
ancora lì, sotto quell’albero.
E forse il modo più onesto che ho per esserle vicina
è scrivere queste righe.
Per dire a lei e a chiunque si senta così
che qualcuno, da lontano,
si è fermato un attimo,
e ha sussurrato dentro di sé:
“Ti ho vista.
E in qualche modo… ti porto con me.”

E chissà…
forse le radici degli alberi raccolgono anche i pensieri non detti.
E sanno riconsegnarli, piano,
a chi ne ha più bisogno.
Spero…

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