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Mi piace scrivere e farlo ovunque .. Mi piace spesso fermarmi e scrivere.
Scrivo ovunque: al bar tra un caffè e un pensiero rubato, su una panchina al sole, in macchina mentre aspetto, perfino in piedi, quando l’urgenza di dire qualcosa al mondo supera la fretta della vita.
Scrivo perché non riesco a trattenere ciò che sento. Perché certe emozioni devono uscire, o rischiano di bruciare dentro.

Ma quando sono a casa, seduto sul mio tappeto, tutto è più semplice.
È come se il cuore si adagiasse piano, senza fretta, senza maschere.
Le parole non mi rincorrono, mi accarezzano.
La casa tace e mi ascolta.
E in quel silenzio, sento ogni voce che ho incontrato nel mio cammino.
Ogni dolore, ogni sorriso, ogni campana che ha suonato per qualcuno… e che in fondo, ha sempre suonato anche per me.

Perché la verità è che siamo legati da fili invisibili, come radici sotto terra, che si intrecciano tra anime che non si sono mai viste, ma che si riconoscono nel dolore, nella speranza, nella caduta, e nella rinascita.
Quando uno di noi soffre, anche se non lo vediamo… anche se non ci tocca direttamente… qualcosa dentro di noi si incrina.
Ci illudiamo spesso che i dolori degli altri non ci riguardino.
Giriamo il volto, come se chiudendo gli occhi potessimo chiudere anche il cuore.

Ma ogni volta che qualcuno cade, il suolo sotto i nostri piedi trema appena.
È un richiamo sottile: “Non sei solo. Nemmeno tu.”

Prendersi cura non è un atto eroico.
È un atto umano.
È dire a un estraneo, con uno sguardo, con una mano, con un silenzio carico di presenza: “Io ci sono. E se stai male, anch’io sento freddo dentro.”

Quando senti suonare quella campana, non pensare che sia un suono lontano.
È la vita che ti chiama a ricordare che siamo una cosa sola.
Che la sofferenza altrui è un’eco che rimbalza dentro di te, dentro tutti noi.
E che l’unico modo per non perderci è questo: restare umani, insieme.

Ogni giorno.
Anche nei piccoli gesti.
Anche solo nel non restare indifferenti.

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