Ci sono notti in cui il cielo non si limita a stare sopra.
Discende, si fa vicino,
scivola tra le ciglia,
entra nel respiro.
È lì, come un mantello leggero posato sulle spalle,
come una carezza che non chiede nulla.
Questa era una di quelle notti.
Una in cui le stelle sembravano parlare una lingua che avevo dimenticato,
una lingua fatta di quiete,
di lentezza,
di luce che non ferisce ma consola.
Ho alzato lo sguardo,
e il buio era pieno di piccoli lumi,
come finestre accese in case lontane,
dove qualcuno, da qualche parte,
sta ancora vegliando il sogno di qualcuno.
Mi sono chiesta se tra tutte quelle finestre ce ne fosse una per me.
Una che sapesse della mia attesa,
del mio cuore che ascolta il mondo anche quando tace.
Ho pensato alle parole che non ho detto,
alle mani che avrei voluto stringere più forte,
alle luci che ho acceso dentro me per non perdermi del tutto.
E allora ho capito:
a volte non serve capire,
basta restare.
Restare con gli occhi in su,
con le radici piantate nella terra e il cuore sospeso tra le costellazioni,
come chi sa che ogni stella, prima o poi,
incontra il suo sguardo.
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