Una coperta d’argento e aria

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C’era una volta un giorno troppo acceso.
Il sole cadeva a picco su ogni cosa:
sui pensieri, sulle spalle, sulle finestre chiuse.
Faceva caldo persino dentro l’anima,
e ogni gesto sembrava un’impresa,
ogni respiro un sussurro soffocato nella gola.

La gente camminava piano,
con le mani tese a cercare un po’ d’ombra,
con gli occhi bassi per non sfidare il cielo.
Anche i sogni, quel giorno, si erano messi all’ombra,
stesi come panni stanchi sul filo della resistenza.

Ma poi, quando nessuno ci credeva più,
arrivò lei.

La notte.

Non entrò con fragore, né con lampi.
Entrò in silenzio.
Si infilò tra le persiane, accarezzò i muri,
e con un gesto gentile sciolse il nodo della giornata.

Soffiava piano,
la notte.
Aveva dita fresche,
profumava di panni stesi e terra bagnata.
Non chiedeva niente, non pretendeva niente.
Sussurrava:

“Puoi smettere di essere forte.
Puoi sederti. Puoi lasciarti andare.”



E allora anche i cuori si scioglievano un po’.
Chi si stendeva sul letto con le mani sul petto,
chi apriva la finestra e parlava alle stelle,
chi camminava a piedi nudi sul pavimento fresco,
solo per sentire che era ancora vivo.

La notte non prometteva miracoli.
Ma portava un sollievo che il sole non sa dare:
quello di poter essere vulnerabili senza paura.
Quello di non dover spiegare a nessuno
perché si è crollati a metà giornata.

Era la madre segreta dei cuori stanchi.
Il rifugio degli animi accesi.
Il respiro che finalmente,
dopo tanto trattenere,
poteva uscire.

E così si concluse quel giorno troppo pieno,
con il vento che danzava sulle lenzuola,
e la luna che, senza far rumore,
tendeva una coperta d’argento sopra ogni cosa.

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