La porta gialla e il bosco che respira

By

C’era una volta una ragazza che camminava in un luogo che non aveva nome.
Non era una stanza, né un sentiero, né una caverna.
Era uno spazio sospeso – come una pausa tra due respiri.
Non c’era inizio, né fine.
Solo lei, un silenzio gentile… e una porta.

La porta era alta, antica, custodita da segni neri come cicatrici di ferro battuto.
Eppure, vibrava d’oro.
Non un oro qualunque, ma quel giallo vivo e caldo che sanno avere solo le cose che hanno visto l’alba dopo tante notti.
Sembrava appartenere a un castello dimenticato, o a una storia mai raccontata del tutto.

La ragazza si fermò davanti a quella soglia.
Sapeva che non era una porta come le altre.
Non conduceva a una stanza.
Conduceva a qualcosa di più vero.

Sentiva gli occhi di qualcuno su di sé. Ma non erano occhi che giudicavano:
erano occhi che amavano. Forse i suoi, da un tempo futuro.
Forse quelli di chi la sognava da lontano.

Restò a guardare a lungo.
Non per paura. Ma per rispetto.
Perché certe porte si aprono solo quando sei pronta ad accogliere ciò che ti aspetta dall’altra parte.

Poi fece un passo.
E un altro.
E un altro ancora.
E la porta, senza un suono, si aprì.

Oltre, non c’erano muri né scale.
C’era un bosco.
Un bosco che sapeva di respiro e luce.
Le foglie tremavano leggere, attraversate da un sole che non bruciava ma curava.
Ogni ramo era una carezza. Ogni radice un ricordo guarito.
Lì, l’aria non pesava più.
Si poteva restare senza difendersi.
Si poteva essere, senza dover meritare niente.

E la ragazza capì che non aveva varcato solo una soglia.
Aveva varcato se stessa.

Lì, tra gli alberi e la luce, il suo nome si sciolse nel vento.
E il vento lo riportò indietro, dolce, sussurrando.

Da allora, ogni volta che sente il mondo stringersi troppo,
lei chiude gli occhi e torna lì,
dove la porta gialla la aspetta,
e il bosco,
ricorda.

Posted In ,

Lascia un commento