C’è stato un tempo
in cui pensavo che l’amore fosse dare tutto,
anche quando non restava più niente per me.
Un tempo in cui bastava che qualcuno restasse un po’
perché io fossi disposta a restare sempre.
Un tempo in cui credevo che il mio valore
dipendesse da quanto riuscivo a farmi utile, indispensabile.
E così mi svuotavo,
con un sorriso gentile e il cuore che chiedeva solo di essere visto.
Mi prendevo cura degli altri
per non ascoltare la mia mancanza.
E, piano piano, mi perdevo.
Senza rumore.
Come si lascia indietro una parte di sé,
credendo che non serva più.
Poi è arrivato il giorno della rottura.
Non una grande esplosione,
ma una crepa che si è fatta largo tra le mie certezze.
Una delusione che ha fatto luce.
E ho iniziato a raccogliere i pezzi.
Anche quelli più fragili.
Anche quelli che pensavo di aver smarrito per sempre.
E in mezzo a tutto quel buio,
ho trovato una cosa preziosa:
la mia voce.
Un sussurro all’inizio,
ma mio.
Ho riscoperto che la luce che porto dentro
non ha bisogno di essere accettata per esistere.
Che posso amarmi senza condizioni,
e non per forza restare dove non fiorisco più.
Oggi non ho bisogno di odio,
non cerco rivincite.
Cammino.
Con passo lieve e radici più profonde.
Oggi sono intera,
anche con le mie ferite.
E so che chi mi amerà davvero, domani,
lo farà senza chiedermi di spegnere me per brillare meglio, ma amando ogni singola sfumatura di me, anche quelle oscure.

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