anche le tazzine hanno sete

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C’è una piccola teoria che mi ha sempre fatto riflettere.
La chiamano la teoria del Calice e della Tazzina.

Immagina due persone che si amano.
Una è un calice: grande, ampio, traboccante.
Ama con intensità, con abbondanza. Riversa tutto ciò che sente, senza misura.
Offre ogni goccia del proprio sentire, come vino buono.

L’altra è una tazzina: minuta, raccolta.
Ama anche lei, con verità e profondità.
Ma ha bisogno di tempo, di spazio, di dosare ciò che prova.
Una tazzina non può contenere tutto il vino di un calice, anche se ne ama il sapore.

E allora, spesso, si crea un fraintendimento.
Il calice si sente rifiutato. La tazzina si sente sopraffatta.
Ma in realtà nessuno ama di meno.
Amano solo in modi diversi.

Io sono un calice.
E ho sempre avuto il desiderio di versarmi senza misura.
Ma ora sto imparando a usare il contagocce.
Non per smettere di amare, ma per amare meglio.
Per rispettare la forma dell’altro, senza rinunciare alla mia.

Perché anche le tazzine hanno sete.
Solo che a volte… non lo dicono.

E allora ogni gesto diventa danza,
ogni parola sussurro misurato,
ogni attesa un piccolo altare dove deporre pazienza e desiderio.

Si impara a non traboccare,
ma a stillare amore come rugiada.
E in quel poco che sembra nulla,
a volte si nasconde tutto.

E così, nella notte,
ci si può ancora incontrare:
tra un sorso e un silenzio,
tra un battito e un respiro.

Là dove il calice non pretende,
e la tazzina non teme.

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