Quando una stanza si svuota

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C’è un silenzio diverso, stanotte.
Un silenzio che non è solo quiete, ma assenza.
Oggi hanno portato via i mobili. Quelli che hanno visto crescere generazioni, che hanno custodito risate, profumi, sguardi, carezze e abbracci.

Ora, al loro posto, c’è una stanza nuda.
E io… mi sento un po’ spogliata anch’io.

Svuotare uno spazio che ha fatto da rifugio per tutta una vita non è solo un gesto pratico. È lasciare andare qualcosa che ha avuto il potere di contenere amore.
Un tavolo non è solo un tavolo se sopra ci sono passati Natali, mani che si sono cercate, parole sussurrate sottovoce.
Una cucina non è solo una cucina se ha accolto pianti e feste, minestre calde e biscotti rubati.
Poi arriva un giorno qualunque,
in cui quelle stanze si svuotano.
I mobili si spostano, le sedie smettono di scricchiolare,
le pareti restano nude, come senza memoria.
Eppure, l’aria continua a sapere di pane caldo, di ricette mai scritte,
di parole sussurrate tra una finestra aperta e il suono del cucchiaio nel caffè.

E allora capisci che non sono gli oggetti ad andarsene,
ma è la forma del ricordo che cambia.
Non più riposto in un cassetto,
ma custodito nel battito delle cose che hai amato.
Nel modo in cui appoggi una tazza.
Nel profumo che ti prende alla gola e ti riporta indietro.
Nel silenzio che, a volte, fa più rumore di mille voci.

Ci sono stanze che sembrano vuote,
ma sono piene di noi.
E, anche se il tempo le attraversa,
restano lì,
a vivere in quello che non si vede.
Forse domani ci sarà spazio per altro.
Forse domani, questa stanza avrà nuovi respiri, nuove voci.
Ma stasera… stasera lasciatemi stare un momento qui, nel vuoto.
A sentire le voci che non ci sono più.
A lasciare che ogni eco mi attraversi, senza fretta.

Perché non si dice addio alle stanze come si fa con le cose.
Le stanze si salutano lentamente, ascoltandone il silenzio.
E poi, piano piano, si impara a portarcele dentro. Per sempre.

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