La storia del cielo e dell’albero

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C’era una volta un cielo che si innamorò di un albero.
Lo vedeva ogni giorno dalla sua immensità: lì, fermo, radicato in cima a una collina, con le foglie che danzavano ogni volta che lui decideva di mandare un po’ di vento.

Il cielo lo amava con tutta la sua vastità. Lo accarezzava con la pioggia, lo coccolava con il sole, lo cullava con la brezza della sera. Eppure, non poteva toccarlo davvero.
L’albero, dal canto suo, non poteva mai guardare il cielo tutto intero: lo vedeva solo a spicchi, tra i rami, tra una stagione e l’altra. Ma ogni foglia che nasceva portava dentro il ricordo di un temporale, di un’aurora, di un tramonto che sapeva di carezza.
L’albero non parlava, ma cresceva verso l’alto. E quello era il suo modo di dire:
“Anche se non posso venirti incontro, io mi protendo verso di te.”

Il cielo, che era dappertutto ma non poteva restare in un solo punto, capì che il suo compito non era quello di raggiungere. Era quello di esserci.
Di cambiare ogni giorno, pur restando sempre sé stesso.
Di mandare la pioggia quando l’albero aveva sete, di accendersi di stelle quando la notte faceva paura, di avvolgerlo con la luce anche nei giorni in cui non veniva guardato.

E così vissero: il cielo e l’albero. Lontani eppure uniti.
Ognuno libero, ma mai veramente solo.
Perché ci sono legami che non hanno bisogno di mani, né di parole, né di promesse.

Ci sono legami che nascono quando qualcuno si protende… e qualcun altro resta.

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