Non è vero che non voglio figli.
Anche stamattina me l’hanno chiesto e la prima cosa che dico è sempre:”Mi bastano quelli degli altri!”
È una di quelle bugie che si raccontano per proteggere discorsi più ampi, quelli che spesso vengono fraintesi.
Come si fa a non volere una cosa così bella e vera come un bambino?
E poi l’idea di trovare una persona da amare così tanto, così tanto da non bastare in due a contenerlo tutto, da avere bisogno di un terzo essere per far spazio a quell’eccesso d’amore… non è forse meravigliosa?
Un figlio come traboccamento d’amore.
No, non è vero che non li voglio.
Li desidero. A volte anche troppo.
A volte li sogno, li immagino.
Nel mio cuore conservo da anni i nomi che darei loro.
Aspetto la persona giusta, certo.
Ma la verità è anche un’altra.
Ho paura.
Ho paura di lasciare i miei figli in questo mondo.
Ecco. È questo che non riesco a dire a voce alta.
Ho il terrore di donargli soltanto traumi, sofferenza, guerra, morte, fame.
Ho paura che tutta la bellezza, un giorno, finisca.
E allora, che cosa potrei mostrargli io?
Li amo già adesso, nell’idea che ho di loro.
Talmente tanto che il solo pensiero di fargli del male, mi fa male.
E allora no, non posso.
Non adesso. Non in questo mondo.
Forse il mio primo vero atto d’amore per un figlio è proprio questo:
guardare in faccia il mondo e chiedermi se posso raddrizzarlo un po’.
Rimboccarmi le maniche. Provare a renderlo un po’ più vivibile.
Togliergli un po’ del peso che rischierebbe di schiacciare chi verrà dopo.
E quando – se – arriverà il tempo del suo mondo,
il destino saprà che è il suo momento.
E se non arriverà, allora spero che sappia lo stesso
che l’ho amato davvero,
anche solo per averlo immaginato.
Anche solo nell’ombra,
in questo amore che resiste anche al buio.
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