Ci sono momenti in cui le parole restano incastrate.
In gola, nel petto, tra i pensieri.
Non è che manchino… è che sono troppe.
O troppo fragili.
O troppo grandi.
A volte non si parla perché non si può.
Altre volte perché non c’è nessuno che stia davvero ad ascoltare.
E poi, c’è la paura.
La paura che a dirle certe cose, si venga fraintesi, respinti, giudicati.
La paura di essere troppo:
troppo sensibili, troppo profondi, troppo intensi per questo mondo in superficie.
E allora si scrive.
Si scrive per non cedere al peso.
Perché la scrittura è l’unico posto dove l’anima in eccesso trova casa.
Una pagina diventa un rifugio,
una diga che regge l’onda,
un molo dove il cuore può attraccare senza dover chiedere scusa.
Si scrive per salvarsi,
anche solo un po’.
Per non implodere.
Per dire tutto ciò che non si riesce a dire a voce,
perché la voce trema,
ma le parole scritte reggono.
Perché se non puoi dirlo a nessuno,
almeno puoi dirlo alla carta.
E, in fondo, sperare che quella carta diventi ponte.
O eco.
O abbraccio.
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