Nel cuore della notte,
i pensieri bussano piano e poi si accomodano,
facendo rumore anche nel silenzio.
Così resto sveglia,
con lo sguardo perso tra le stelle
e i ricordi che scivolano lenti nella stanza.
Ci sono vuoti che insegnano a camminare piano,
a leggere nei silenzi ciò che le parole non dicono.
A volte si impara così:
non da chi resta, ma da chi non c’è.
E quel dolore sì, lo conosco.
L’ho portato sulla pelle, l’ho stretto nel petto.
So cosa significa sentirsi invisibili, dimenticati,
credere di non valere abbastanza per trattenere nessuno. Per essere, anche solo una volta, il “ne vale la pena” di qualcuno.
La scrittura diventa allora l’unico modo per domare i pensieri,
per intrecciare fili di luce tra le dita
e non sentirmi naufragare.
Non per brillare,
ma per orientarmi.
Per non dimenticare come si fa a vedere anche nel buio.
Così, quando incontro qualcuno che vacilla,
senza far rumore,
gli porgo quella piccola luce.
Non per salvarlo,
ma per dirgli che no, non è solo.
Che io quel sentiero lo conosco bene.
E che nessuno dovrebbe mai sentirsi così,
così perduto nel proprio buio, così solo da non sapere più dove andare.
Come farebbe una mano tesa,
come un abbraccio che non pretende di guarire,
ma che resta lì,
a ricordarti che anche tu meriti di essere vista,
amata, e mai dimenticata.
Forse basta questo:
essere un piccolo faro nella notte di qualcuno,
solo per il semplice fatto
che tu quel giorno di fari non ne avevi, ma sai quanto sarebbe stato importante avere anche solo una luce di candela accanto.
Io so come ci si sente, non sei solo…
Se hai bisogno di luce, anche questa sarà la tua luce.
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