Aveva scelto la mia finestra come suo teatro segreto. Ogni giorno, alla stessa ora, si posava su un ramo basso dell’albero di fronte, come se avessimo stretto un patto silenzioso. Io uscivo sul balcone e lo salutavo, e lui mi restituiva uno sguardo breve ma intenso, carico di quella silenziosa intesa che solo la natura sa concedere. L’ho fotografato tante volte, e in quasi tutte le immagini, i nostri occhi sembravano davvero incrociarsi, come se fossimo due creature diverse che, per un istante, si riconoscevano.
Ora ha trovato l’amore. Ha scelto un ramo più alto per costruire il suo nido, ha trovato qualcuno con cui dividere il cielo e la cura. Lo vedo meno spesso: ha un’altra vita da custodire, un tempo diverso da onorare. Porta cibo, canta richiami, sorvola il nido con la grazia premurosa di chi ama.
L’altro giorno l’ho rivisto. Il suo volo non aveva la spavalderia di chi sfida l’aria, ma la dolcezza di chi la attraversa per proteggere ciò che ama. Non era libertà fine a se stessa, ma libertà che si fa casa, che si fa offerta.
Vorrei incrociare di nuovo il suo sguardo, anche solo per un istante. Non per possederlo, ma per sentire ancora una volta quel miracolo muto di riconoscimento tra due mondi. Ma ora mi basta saperlo là, a librarsi con ali piene d’intenzione. Perché quella stessa libertà che un tempo lo portava lontano, ora lo guida a tornare, ogni volta, verso ciò che ama.
E forse, guardando lui, imparo anch’io a riconoscere la bellezza della libertà che si fa dedizione. Un volo che non fugge, ma accarezza.
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